Confraternite Benedettine un’Ordine Segreto di San Benedetto

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L’ORDINE BENEDETTINO

Parte I – da S. Benedetto al X° secolo
Le grandi linee della biografia di San Benedetto (480 – 547) ci sono note in maniera sufficiente, anche se contenute entro il consueto schema agiografico, avaro di dati cronologici e istituzionali di una certa precisione. Il Santo nacque a Norcia da un’agiata famiglia e fu inviato a Roma per gli studi. Disgustato però dal clima morale ivi riscontrato, si ritirò dapprima ad Enfide (l’attuale Affile) e poi – nella solitudine pressoché assoluta – in una grotta (il Sacro Speco di Subiaco), aiutato da un monaco dei dintorni che gli provvedeva il cibo. Dopo tre anni, a causa dell’accorrere di numerosi discepoli, fondò dodici monasteri, formati da dodici monaci ciascuno; raccolse poi altri aspiranti alla vita monastica, per una loro più accurata formazione, in un tredicesimo monastero, nei pressi dell’antica villa di Nerone. L’ostilità di un sacerdote del luogo lo indusse dopo qualche tempo a cambiare sede, trasferendosi da Subiaco a Montecassino. E’ molto probabile, tuttavia, che ad un simile trasferimento abbia anche contribuito un’evoluzione della sua stessa concezione monastica, passata da una forma federativa di unione tra diversi monasteri ad un tipo di monastero unico, completamente autonomo, appunto quello cassinese, formulazione piena e perfetta del suo ideale ascetico e religioso. Il Santo è presentato da San Gregorio, prima e pressoché unica fonte per la sua biografia, come largamente dotato di doni carismatici, profezie, guarigioni, lettura delle coscienze. Suoi primi discepoli furono Mauro e Placido; accanto a lui viene pure presentata la dolce figura della sorella Scolastica che, religiosa anch’essa, una volta all’anno si incontrava col fratello nei pressi di Montecassino. Il Santo appare in contatto anche con alcuni ecclesiastici della regione: a lui, attratto dalla sua fama, si recò pure il re Totila, probabilmente nell’ottobre 546. San Benedetto vive quindi nel pieno della tremenda guerra greco-gotica (535-553), intrapresa dai Bizantini per il recupero dell’Italia occupata dagli Ostrogoti, anche se la tristezza di tali vicende non ha lasciato praticamente alcuna traccia nella Regola. Il Santo ha quindi trascorso tutta la sua vita nella ristretta fascia dell’Italia centrale (Umbria e Lazio) e, pur ammettendo che la sua Regola potesse essere adottata anche in altri monasteri, non ne poteva certo prevedere la futura espansione, a partire dal pieno Medio-Evo e fino ai nostri giorni, in ogni Paese e continente.
Allorché San Benedetto dà inizio alle sue fondazioni monastiche, dapprima a Subiaco e poi, in forma definitiva, a Montecassino, ove compone la Regola e muore, il fenomeno monastico conosceva già due secoli di intensa e varia esperienza. Sorto in Egitto e in Palestina, esso aveva avuto modo di espandersi anche in Occidente con figure quali San Martino di Tours e San Girolamo, Cassiano e San Patrizio. L’ideale monastico consisteva nell’abbandono del mondo, nell’impegno costante di una vita di penitenza e di preghiera, in forma eremitica o cenobitica, secondo il genere di vita già condotto, nel secolo IV, da Sant’Antonio, San Pacomio, San Basilio. La lunga distanza cronologica e culturale non deve però far dimenticare anche le differenze che esistevano in seno a tali esperienze ascetiche, a seconda che venisse data maggiore importanza all’individuo o alla comunità, alla solitudine o allo spirito ecclesiale, al disprezzo del mondo o ad un iniziale, modesto interesse verso i valori culturali. Esisteva inoltre già tutta una copiosa letteratura, consistente di vite, regole, sermoni, lettere, dialoghi, da cui anche l’esperienza monastica occidentale ed italica, prima fra tutte quella di San Benedetto, non poteva assolutamente prescindere. E, di fatto, San Benedetto ha operato una sintesi di questa esperienza e di questa letteratura, come gli studi più recenti hanno messo chiaramente in luce, servendosi addirittura del piano compositivo offertogli da una anonima Regola latina del secolo VI, la cosiddetta Regula Magistri, a meno che non si tratti della prima stesura della sua stessa Regola. Certo, San Benedetto ha un’idea tutta sua del monastero e della vita che in esso si conduce; istituisce nuovi uffici (il maestro dei novizi, l’infermiere), stabilisce nuovi rapporti non solo dei monaci col superiore (l’abate) ma anche dei monaci tra loro – mediante un più vivo senso della fraternità -; conferisce alla vita di comunità una struttura più flessibile ed articolata. Particolare risalto viene assegnato alla celebrazione dell’ufficio divino (l’Opus Dei), mentre al lavoro vengono assegnate numerose ore della giornata. Il motto Ora et labora che non si trova nella Regola e che, come tale. è stato formulato soltanto nel secolo XVIII in ambiente bavarese, solo parzialmente può rendere ragione di una esperienza così complessa e feconda, in cui grande importanza ha pure la pratica della lectio divina, lettura sapienzale dei testi biblici.
La comunità monastica è, secondo la Regola benedettina, unica, indipendente, autosufficiente, separata dal mondo sul quale non è previsto alcun genere di influsso. Il suo sostentamento proviene da lavori di carattere artigianale svolti all’interno del monastero, mentre solo eccezionalmente è previsto il lavoro dei campi. La Regola benedettina suppone evidentemente già una particolare interpretazione del Vangelo compiuta dalla tradizione monastica, consistente nella sequela di Cristo, nella rinuncia alla propria volontà, nella imitazione della prima comunità apostolica, senza peraltro presentare di tutti questi aspetti una, riflessione sistematica. La forte visuale escatologica fa coincidere precetti e consigli, salvezza e perfezione, vocazione cristiana e suo adempimento, perseveranza nella fede e perseveranza nel monastero fino alla morte. Varie categorie di persone possono far parte della comunità, per lo più nella condizione laicale, mentre i sacerdoti costituiscono una esigua minoranza. La Regola benedettina parla di “decanie”, ossia di gruppi di dieci monaci, il che fa supporre che la comunità dovesse oscillare tra i venti e i trenta membri. Scavi recenti, del resto, hanno permesso di constatare che il primitivo insediamento monastico di San Benedetto a Montecassino era piuttosto modesto. Benché l’espressione non compaia nella Regola, va da sé che, per essa, la vita monastica è vita contemplativa, dato che in tale senso era concepita una simile esistenza dall’antica tradizione monastica. Mancano, invece, nella Regola, esplicite indicazioni circa lo studio o il lavoro intellettuale in genere, ma, coll’importanza assegnata alla celebrazione della liturgia e alla pratica della lectio divina, se ne ponevano remotamente le premesse, al fine di disporre di testi adeguati allo scopo e di preparare individui atti alla loro comprensione e trasmissione.
La vita di San Benedetto è stata scritta da San Gregorio Magno nel secondo libro dei Dialoghi, composti fra il 593 e il 594. Si tratta, ovviamente, di un testo redatto secondo le norme dell’antica agiografia e, come tale, esso va interpretato. I dati essenziali sono però sostanzialmente attendibili e sull’identità storica di San Benedetto non possono esistere dubbi. San Gregorio scriveva nondimeno allorché Montecassino aveva già subito la sua prima distruzione totale ad opera dei Longobardi (577) e, quindi, allorché l’opera di San Benedetto poteva parere irrimediabilmente compromessa. In quella occasione i monaci cassinesi avevano trovato rifugio a Roma, presso il monastero di San Pancrazio al Laterano. La Regola benedettina, tuttavia, rimane in questo primo periodo poco conosciuta e lo stesso San Gregorio, nel suo monastero romano di Sant’Andrea al Celio, sembra aver seguito anche altre norme di vita religiosa. Dal punto di vista generale, del resto si era nel periodo delle cosiddette regulae mixtae, ossia di regole formate da norme desunte, in forma antologistica, da varie regole, senza il predominio assoluto di nessuna. Nel 596 San Gregorio inviò in Inghilterra, per la conversione di quel popolo, il monaco Agostino e altri quaranta monaci romani del monastero del Celio. Attraverso tale missione, la Regola benedettina cominciava a varcare i confini della Penisola: del resto, il più antico – anche se non il più autorevole – manoscritto della Regola è un codice inglese.
A partire da questo periodo si può dire che la diffusione della Regola, mediante i monasteri fondati nel Nord Europa, e la propagazione del Vangelo in quei medesimi Paesi, procedano di pari passo. Il monachesimo – di osservanza sempre più decisamente benedettina – costituisce un po’ il filo conduttore non solo quanto alla diffusione della Regola di San Benedetto, ma anche quanto all’evangelizzazione delle diverse popolazioni germaniche. Saranno infatti i monaci celti e anglosassoni riversatisi sul continente europeo a favorire l’evangelizzazione, la cultura e le fondazioni monastiche, ponendo le premesse per un’adozione sempre più completa della Regola benedettina. Eccetto il caso dell’intervento di qualche pontefice, va però ricordato che l’espansione monastica fu un fenomeno spontaneo, non programmato, non mirante a riunire i monasteri (sempre più. numerosi) in un unico corpus o ordine religioso nel senso moderno del termine. L’evangelizzazione compiuta dai monaci, inoltre, era dovuta ad un movente ascetico (l’abbandono della patria) e ad uno di natura mistica (il desiderio del martirio).
Fino al Mille e, per moltissimi monasteri, anche dopo tale data, i centri monastici continueranno a conservare la propria autonomia, le proprie tradizioni, le proprie osservanze particolari sancite dalle diverse Consuetudini, compilate per colmare il crescente divario tra il testo della Regola e le usanze via via impostesi. Un certo tentativo di unificazione fu compiuto – ma con scarso successo – da parte dei sovrani carolingi, da Carlo Magno a Ludovico il Pio. Quest’ultimo si servì dell’opera di un monaco visigoto, San Benedetto d’Aniano († 821) che tentò un esperimento di unificazione dei monasteri franchi in base alle relative osservanze. A tale scopo nell’817 veniva convocato ad Aquisgrana un sinodo di abati e di monaci, ma, per varie ragioni, non si poté giungere ad un’effettiva unità di governo, per cui il tentativo non riuscì. In ogni caso, San Benedetto d’Aniano – considerato da qualcuno come il vero fondatore dell’Ordine benedettino – deve essere ricordato anche per lo sviluppo assegnato alla liturgia, ben oltre le norme previste dalla Regola benedettina, secondo un indirizzo che nel secolo successivo verrà in gran parte ripreso dal monastero di Cluny. Anzi, il movimento riformatore di Cluny non sarebbe potuto sorgere senza la precedente esperienza anianense.
Lo stretto rapporto determinatosi tra monachesimo benedettino e regno franco è solo un aspetto del ben più profondo rapporto stabilitosi con la stessa società altomedievale ormai decisamente condizionata dalla presenza di un numero incalcolabile di monasteri. Questi non solo favorivano un incontro fra membri di razze diverse, magari un tempo in lotta fra loro – e a tale riguardo è emblematica la presenza, a Montecassino, di due ex-sovrani, Carlomanno, già re dei Franchi, e Ratchis, già re dei Longobardi – ma venivano ad esercitare una funzione determinante nell’edificazione della Cristianità medievale in tutti i suoi aspetti. All’ombra dei monasteri, infatti, popolazioni ancora rudi e primitive potevano apprendere la tecnica più perfezionata di qualche mestiere, l’ingentilimento dei costumi, la partecipazione alla preghiera liturgica anche mediante apposite traduzioni nelle varie lingue germaniche e romanze, il senso della condivisione di un medesimo destino. Specialmente nelle campagne grande fu l’importanza dei monasteri per la coltivazione dei terreni abbandonati, l’estirpazione dei culti idolatrici, l’evangelizzazione dei villici da cui, in molti casi, deriveranno le confraternite medievali e il futuro Populus Abbatiae, premessa di più ampi sviluppi civici e politici. Da ciò si intravede quale complessità di rapporti economici, giuridici, sociali – oltre che strettamente religiosi – fosse favorita ed animata dai centri monastici. Questi ultimi, inoltre, si inserivano ottimamente nelle strutture dell’economia altomedievale basata sul sistema curtense, in forza del quale una parte dei fondi monastici era data in affitto a coloni secondo gli svariati tipi di contratti dell’economia medievale.
Se tale era l’opera svolta in campo religioso-sociale, non meno cospicui ne furono i riflessi in campo strettamente culturale, con l’apporto alle lingue e letterature nazionali, mentre anche le vicende di tali popoli divenivano oggetto di apposite narrazioni, dalla Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, alla Storia degli Inglesi del Venerabile Beda, fino alla Storia dei Normanni di Amato di Montecassino. Un altro elemento rivelatore della crescente importanza dei centri monastici è la tendenza – da parte dei maggiori di essi – a sottrarsi all’autorità vescovile mediante il sempre più diffuso istituto giuridico dell’esenzione. Per il momento, e ancora per qualche secolo, rimane immune dall’influsso benedettino l’Irlanda, in quanto custode di tradizioni monastiche proprie, tenacemente radicate in quel Paese da dove provenivano asceti e missionari come San Colombano, fondatore, tra l’altro, del monastero di Bobbio. Anche in Spagna, se pure in misura minore, la resistenza di tradizioni locali impedì un’universale e rapida espansione della Regola di San Benedetto. Già si è detto della missione dei monaci inviati in Inghilterra da San Gregorio: tale missione, nonostante la lontananza e la diversità delle situazioni locali, incontrò successo, attuando un esteso radicamento ed una capillare estensione dell’organizzazione diocesana. Con ogni probabilità, il monastero dei Santi Pietro e Paolo di Canterbury è stato il primo monastero fuori d’Italia in cui si è osservata la Regola benedettina. I successori di Sant’Agostino ne continuarono l’opera fondando il monastero di Westminster; qualche decennio più tardi sarà Sant’Aidano a proseguirne l’opera evangelizzatrice, che avrà nel monastero insulare di Lindisfarne il centro propulsore della vita religiosa e culturale dell’Inghilterra. Le figure più illustri del monachesimo inglese sono San Wilfrido, San Cutberto, San Benedetto Biscop e specialmente il Venerabile Beda († 735), dottore della Chiesa.
Nei territori corrispondenti all’attuale Francia e Belgio operano monaci quali San Walberto, San Wandregisilo, San Filiberto, Sant’Eustazio, San Bertino, Sant’Amando con le rispettive fondazioni, tutte di grande importanza. Tra queste va almeno ricordata quella di Corbie. In Germania la figura dominante è quella di San Bonifacio (Winfrido) che, nativo dell’Inghilterra meridionale, fu educato in due monasteri. Da quell’ambiente egli trasse l’amore alla cultura, la venerazione al papa, il desiderio della propagazione della fede. San Bonifacio compì un primo tentativo, non riuscito, sul continente ove già operava San Willibrordo, allora ad Echternach (nell’attuale Lussemburgo). A Roma fu accolto benevolmente da Gregorio II che lo inviò in Germania, ove evangelizzò la Baviera, l’Assia e la Turingia. Nominato dal papa episcopus Germaniae, si diresse verso la Sassonia, valendosi di fedeli collaboratori e mantenendo profonde amicizie con gli ambienti spirituali di quel paese. A San Bonifacio è dovuta la fondazione del monastero di Fulda, ma il Santo si impegnò pure nella creazione di diocesi, nell’organizzazione della gerarchia, nella riforma della Chiesa franca mediante sinodi che, tra l’altro, imponevano l’adozione della Regola di San Benedetto. Nel 755 subì il martirio in Frisia ad opera di fanatici, insieme con cinquantadue compagni. In Italia, frattanto, era risorto (nel 717) il monastero di Montecassino, mentre di grande importanza erano pure le contemporanee abbazie di Farfa, Nonantola, San Vincenzo al Volturno, Novalesa (in Val di Susa).
Su tutta questa ininterrotta e crescente fioritura di fondazioni monastiche emerge la fondazione del monastero di Cluny in Borgogna (910), monastero libero da ogni ingerenza civile o ecclesiastica e posto direttamente alle dipendenze della Sede Apostolica. Esso intendeva reagire ai danni costituiti dalle intromissioni di laici, dalle rivendicazioni di signori feudali che avevano contribuito alle fondazioni, dall’imposizione di abati estranei, dalle usurpazioni di beni, dai danni dell’ospitalità obbligata a militari e funzionari imperiali. I primi abati furono San Bernone, Sant’Odone, San Maiolo, Sant’Odilone, Sant’Ugo, figure gigantesche che diffusero l’Ordo cluniacensis (prima immagine di un organismo monastico accentrato) in ogni regione d’Europa, con ramificazioni dirette o indirette (abbazia di Cava dei Tirreni) anche in Italia. A Cluny era esaltata soprattutto la celebrazione liturgica ed era ravvivata con particolare sensibilità la coscienza ecclesiale, anche se la lunghezza degli uffici in coro portava ad una riduzione del lavoro manuale. I motivi del successo furono dovuti all’esenzione papale, agli aiuti dei signori feudali, alla santità e longevità dei primi abati, pur non mancando resistenze e opposizioni di vescovi a causa dell’esenzione. L’influsso di Cluny sulla società medievale fu immenso, rialzando il livello spirituale sia nel clero che nel laicato e offrendo un’immagine precisa di osservanza monastica tutta incentrata sul primato del culto liturgico. Notevole fu anche, mediante lo splendore dei riti, l’influsso su popolazioni ancora primitive e grande l’esercizio della carità verso i poveri e i malati. Il prestigio derivava anche dal fatto che, di fronte alla diffusa anarchia contemporanea e ai disordini del “secolo di ferro”, Cluny offriva l’esempio dei benefici derivanti dalla centralizzazione e dall’elevatezza dei suoi ideali. Estendendosi in ogni paese e accrescendo in maniera unica l’autorità dell’abate di Cluny, l’Ordo cluniacensis contribuì efficacemente al consolidamento della cristianità medievale e al rafforzamento dell’autorità papale. La lotta per la libertà della Chiesa dalle ingerenze imperiali, l’idea di crociata, la rinascita religiosa dopo il Mille, perfino una nuova concezione della storiografia sono strettamente legate alle motivazioni ideali che avevano dato vita alla grande abbazia borgognona, in cui la forte coscienza dell’unica comunità dei credenti aveva indotto l’abate Odilone ad istituire la commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti (2 novembre).

Parte II – Dall’XI° secolo ai giorni nostri
La fine delle invasioni saracene ed ungare, il risveglio di più vive esigenze evangeliche, l’aumento della mobilità umana, il rinnovato rapporto tra città e contado, le attese escatologiche, costituiscono lo sfondo generale entro cui si colloca anche il grande sviluppo dei centri monastici a partire dal secolo XI. La compenetrazione sempre più stretta fra vita monastica e strutture feudali, i troppi interessi materiali, i prevalenti compiti amministrativi, la tensione con nuove forme di vita religiosa (come i canonici regolari) sono all’origine di quel fenomeno noto sotto il nome di “crisi del cenobitismo”, a cui si cercherà di reagire mediante lo sviluppo di correnti eremitiche e di movimenti monastici rigoristici e riformati. Il punto di riferimento per il rinnovamento delle osservanze e le discussioni teoriche è per lo più ancora la Regola di San Benedetto, sia pure integrata da testi sempre più vari di “Usi” e Consuetudini Per un complesso di ragioni si verifica anche, nei monasteri, un crescente processo di clericalizzazione con un numero sempre maggiore di monaci che ascendono agli ordini sacri, con il conseguente aumento delle messe e degli altari, delle absidi e delle cripte, ma soprattutto con una netta differenziazione nei confronti della classe dei fratelli conversi che fanno ora la loro comparsa, introducendo, quindi, una nuova classe di monaci non prevista dalla Regola e non del tutto equiparata a quella dei monaci di coro.
La tendenza alla nascita di movimenti supernazionali, unitari ed accentrati, porta all’origine di veri e propri Ordines, ossia di organismi monastici che seguono proprie osservanze – Ordo significava in origine non “ordine”, ma “genere di vita” – sempre più diversificate. E se, intorno al Mille, nel passaggio dalla dinastia di Sassonia a quella di Franconia, il monachesimo partecipa dello spirito della Renovatio Imperii mediante l’appoggio spirituale all’Impero stesso da parte delle correnti riformate, nel decorso del secolo XI parteciperà alle lotte per la libertas Ecclesiae con personaggi tra i quali emerge la figura del papa San Gregorio VII († 1085), già monaco a Cluny. Al tempo stesso, si completa l’evangelizzazione dei popoli germanici, a cui si aggiunge – con l’opera di Sant’Adalberto di Praga e poi con quella dei primi discepoli di San Romualdo la conversione dei popoli slavi. Ma questa è soprattutto l’epoca in cui raggiunge il suo apogeo la cosiddetta “teologia monastica”, ossia quella riflessione sapienziale sui misteri della fede che porta al suo compimento tutto il precedente sviluppo del pensiero cristiano in prosecuzione diretta della teologia patristica. Ne sono precipui rappresentanti Sant’Anselmo d’Aosta (che però già preannuncia gli sviluppi della dialettica) e Ruperto di Deutz, Pietro di Celle e Giovanni di Fécamp, San Pier Damiani e Santa Ildegarde. Su tutti però domina la figura di San Bernardo, con cui può veramente dirsi che si concluda la teologia patristica prolungatasi per tutto il Medioevo monastico.
Un tentativo di soluzione alla crisi del cenobitismo sopra ricordata fu costituito dalla rinascita delle correnti eremitiche. L’eremitismo, senza dubbio, era sempre esistito ed aveva attraversato tutto l’Alto Medioevo, ma a partire dai secoli X-XII esso diviene più facilmente individuabile, non solo per l’aumento della documentazione, ma anche per la sua tendenza ad organizzarsi in veri e propri Ordines richiamantisi anch’essi, in maniera più o meno diretta, alla Regola benedettina. Uno di questi, cronologicamente il primo e senza dubbio uno dei più originali, è quello facente capo alla tradizione di San Romualdo († 1027), la cui biografia fu composta da San Pier Damiani. Dopo un non riuscito esperimento di vita cenobitica a Ravenna (dove era nato), San Romualdo intraprese una prassi di eremitismo itinerante che lo condusse anche sui Pirenei. Ritornato in Italia, fondò monasteri ed eremi, tra cui, alla fine della sua vita, Camaldoli; riformò comunità preesistenti, tra cui Fonte Avellana, morendo a Valdicastro. Le case da lui fondate o riformate (in tutto una trentina) non erano unite da alcun vincolo giuridico, né da alcuna legislazione particolare. Se nella sua spiritualità si rintraccia un vivo amore alla solitudine, la ricerca del martirio e il senso dell’amicizia spirituale, dal punto di vista delle istituzioni si può affermare che egli mirava all’unione di eremo e cenobio sotto un solo superiore residente nell’eremo: il tutto, però, nell’ambito della Regola e della tradizione benedettina. I monaci rimanevano liberi di passare dal cenobio (che aveva una funzione formativa) all’eremo. Solo il quarto priore di Camaldoli, il Beato Rodolfo, compose verso il 1085 delle Regole eremitiche.
Un altro movimento eremitico del tempo, quello della Certosa, trae origine da San Bruno di Colonia († 1101), il quale, già canonico, nel 1084 fondava l’eremo della Grande-Chartreuse presso Grénoble. Neppure San Bruno lasciò delle costituzioni e solo Guigo I, quinto priore della Chartreuse, redasse nel 1127 un corpus di Consuetudini. La struttura della Certosa è basata sulla osservanza eremitica temperata da alcuni esercizi di vita cenobitica. Il monaco vive in una casetta a due piani da cui esce solo tre volte al giorno per la preghiera comune in chiesa. Il silenzio è pressoché continuo e l’astinenza dalle carni perpetua.
Accanto ai movimenti eremitici devono essere ricordati quei nuovi filoni monastici che prendono l’avvio proprio a partire da quest’epoca, come, in Francia, quello fondato da San Guglielmo di Volpiano e, in Italia, quello di Vallombrosa, fondato da San Giovanni Gualberto e quello di Montevergine, fondato da San Guglielmo di Vercelli. Amico di quest’ultimo fu poi San Giovanni da Matera, fondatore, in Puglia, della Congregazione di Pulsano che, per alcuni suoi atteggiamenti pauperistici, sembra preannunziare la nascita del francescanesimo. Ancora poco chiare, nel loro insieme, sono invece le origini di un esteso movimento, in parte monastico e in parte canonicale, quello degli Umiliati, particolarmente diffuso nella regione padana e dedito specialmente alla lavorazione della lana.
E’ indubbio, però, che fra tutti i movimenti monastici sorti nel pieno Medioevo il più importante sia quello cistercense. Esso trae origine da San Roberto che, già abate di Molesme, al fine di ripristinare una fedele osservanza della Regola benedettina, fondò nel 1098 il monastero di Cîteaux. Le difficoltà iniziali, costituite dal rigore dell’osservanza e dall’ambiente inospitale, furono superate dalla venuta di San Bernardo e di trenta suoi compagni A San Roberto succedettero Sant’Alberico e Santo Stefano Harding, autore della Carta caritatis, testo base della legislazione cistercense. Il programma di tali monaci mirava ad attuare un’osservanza la più letterale possibile della Regola di San Benedetto quanto all’austerità degli abiti e del vitto, alla soppressione delle lunghe preghiere supplementari, alla semplicità degli edifici, all’eliminazione dei possessi che i monaci non avrebbero potuto coltivare senza il ricorso alla mano d’opera estranea. A tale scopo, grande impulso ricevette la categoria dei fratelli conversi. La visita canonica annuale e il capitolo generale erano i due strumenti legislativi mediante i quali si assicurava la fedeltà al programma iniziale. Lungo tutto il secolo XII le fondazioni si accrebbero in misura imprevedibile: alcuni monasteri contavano diverse centinaia di monaci. San Bernardo, da solo, fondò o riformò sessantasei monasteri. La straordinaria fecondità della corrente cistercense, oltre che nell’attività agricola, ebbe modo di esplicarsi specialmente nel campo della spiritualità, in cui all’elemento oggettivo della precedente tradizione benedettina si aggiungeva una più attenta considerazione degli aspetti soggettivi, dei riecheggiamenti interiori, delle vibrazioni dell’anima di fronte ai misteri della fede. Alla corrente di Cîteaux appartiene anche la singolare figura di Gioacchino da Fiore († 1202), che diede vita alla congregazione cistercense “florense”. La sua importanza storico-dottrinale consiste nell’aver dato voce a quelle attese escatologiche che erano diffuse nella società contemporanea, sostenendo che dopo l’età del Padre e quella del Figlio, il processo della storia avrebbe condotto all’avvento dell’età dello Spirito Santo, l’età dei monaci e dei contemplativi.
Il Basso Medioevo segna senza dubbio l’inizio di un declino dei centri monastici e ciò a causa di un insieme di fattori istituzionali, economici e culturali, a cui sembrano maggiormente soddisfare i nuovi Ordini mendicanti. Congregazioni monastiche tuttavia, fra ‘200 e ‘300, continuano a pullulare un po’ dappertutto, come i Silvestrini nelle Marche, i Celestini in Abruzzo, gli Olivetani in Toscana. Fra ‘300 e ‘400 i pericoli maggiori sono costituiti, per il mondo monastico, dalla decadenza disciplinare, dall’isolamento, dalla commenda, ossia dall’affidamento dei monasteri stessi a estranei che ne godono le rendite e poco si preoccupano della vita della comunità. Per ovviare a tali inconvenienti sorsero sia su scala regionale sia a livello nazionale dei movimenti monastici tra cui i più importanti sono quelli di Santa Giustina di Padova, di Valladolid in Spagna, di Bursfeld in Germania. Soprattutto il movimento di Santa Giustina rappresentò l’espressione più significativa e feconda della riforma cattolica che, in campo monastico, precorse di un secolo le deliberazioni del Concilio di Trento. A quell’abbazia padovana, anch’essa in stato di squallida decadenza, era stato inviato come abate il nobile veneziano Ludovico Barbo († 1443), formatosi nei cenacoli spirituali della città della laguna. Il Barbo vi profuse tutte le sue sollecitudini, attirando in quel monastero molti giovani studenti dell’Università padovana. La rinascita divenne così cospicua che si dovettero cercare nuove sedi: in tal modo, numerosi monasteri italiani, che versavano da tempo in condizioni miserande, trovarono, nell’aggregazione al movimento monastico di Santa Giustina, la loro salvezza. La forma adottata era quella federativa, senza alcuna preminenza fra i monasteri, mentre il pericolo della commenda era evitato con la riduzione dell’ufficio abbaziale ad un solo anno: l’autorità, di fatto, era demandata al capitolo generale annuale. La Congregazione di Santa Giustina divenne il punto di riferimento di tutte le Congregazioni monastiche riformate del ‘400 – ‘500, rimanendo una Congregazione esclusivamente italiana e assumendo nel 1504, con l’annessione di Montecassino, il nome di Congregazione Cassinese. Il Barbo, divenuto poi vescovo di Treviso, è da ricordare anche per l’impulso dato alla devotio moderna, influendo, anche per tale via, sugli orientamenti della pietà cattolica dell’epoca rinascimentale.
Nell’epoca moderna, tuttavia, il monachesimo benedettino è ormai affiancato da una quantità crescente di altri Ordini religiosi che svolgono, nella vita della Chiesa, le più svariate attività. Il mondo monastico, inoltre, ha avuto particolarmente a soffrire, nel Nord dell’Europa, per le conseguenze della Riforma protestante, con la soppressione di numerosissimi monasteri e la dispersione delle relative comunità. Particolarmente dolorosa, al riguardo, la situazione in Inghilterra e in Germania. Anche nel ‘500, ad ogni modo, ebbero vita movimenti di riforma come, in ambiente camaldolese, quello promosso dal Beato Paolo Giustiniani († 1528), autore di scritti spirituali la cui importanza è stata rivalutata solo recentemente. Imponente, poi, l’apporto dato dai monasteri al movimento umanistico e rinascimentale nei vari campi delle arti, delle scienze e delle lettere. Anche per la vita monastica considerevoli effetti ebbe la celebrazione del Concilio di Trento (1545-1563) con le sue deliberazioni disciplinari relative ai monasteri: venne stabilito, infatti, che tutti i monasteri maschili dovevano riunirsi in capitoli provinciali e in congregazioni; si fissò un rapporto fra il numero dei membri e le relative rendite economiche; si cercò di porre un freno alla commenda. Sui monasteri femminili, poi, veniva riaffermata l’autorità dei vescovi; suggerito – per motivi di sicurezza – il trasferimento in ambiente cittadino; stabilito che le badesse fossero elette non più a vita ma a triennio. Strumento efficace di tale riforma fu l’impiego dei visitatori apostolici in cui ebbe modo di distinguersi specialmente San Carlo Borromeo.
L’attuazione dei decreti tridentini contribuì senza dubbio ad un rinsaldamento della disciplina, anche se inconvenienti e abusi, specialmente nei monasteri femminili, ebbero modo di persistere. Si accentua sempre più, nel mondo monastico, l’aspetto istituzionale, aulico, accademico, in piena sintonia con gli indirizzi della società e della cultura barocca. Anche le Congregazioni benedettine tendono ad aumentare; tra esse deve essere ricordata, per l’impulso dato agli studi sacri e specialmente alle edizioni dei Padri della Chiesa, la Congregazione francese di San Mauro, o dei “Maurini”, fondata nel 1621. Di fatto, l’attività intellettuale è in vigore in quasi tutti i monasteri che divengono meta di studiosi e sono dotati di imponenti biblioteche, pinacoteche, musei. Una simile applicazione così massiccia agli studi non mancò, anzi, di provocare critiche e reazioni in nome di concezioni diverse: è il caso dell’abate Rancé, fondatore dei Trappisti (ramo riformato dell’Ordine di Cîteaux), che sostenne in proposito una polemica col più illustre rappresentante dei Maurini, Giovanni Mabillon. Un’espansione molto più limitata, dovuta alla peculiarità della sua origine, ebbe la Congregazione dei Mechitaristi, fondata nel ‘700 dal venerabile Pietro Mechitar, un armeno che, dopo un tentativo di fondazione a Costantinopoli, si era trasferito a Venezia, all’isola di San Lazzaro, adottando la Regola di San Benedetto. I Mechitaristi hanno dato vita, in Occidente, ad un attivissimo focolaio di cultura e spiritualità armena, prendendosi cura dei numerosi loro connazionali sparsi in Europa.
Nel ‘700 molti monasteri prendono parte attiva anche alle dispute dottrinali allora dibattute nella società e nella Chiesa, prima fra tutte quella del Giansenismo, mentre più difficile è valutare l’apporto alle vere e proprie correnti di spiritualità, perché molto è andato perduto o rimane ancora inedito. Nei monasteri femminili, poi, singolari figure di religiose vivevano a volte un’intensa esperienza spirituale pur in un’atmosfera di devozionalismo che rivelava il distacco dalla grande tradizione monastica.
Dopo alcune avvisaglie però, costituite dalle soppressioni decretate dai vari governi settecenteschi, la Rivoluzione francese soppresse e disperse quasi tutte le comunità monastiche incontrate sulla propria strada. In tal modo, oltre ai religiosi, andò disperso un ingente patrimonio storico, artistico, spirituale. Questo processo di confische, incameramenti, vessazioni sembra avere proprio nella persona di un monaco, Gregorio Barnaba Chiaramonti dell’abbazia di Cesena, la sua vittima più illustre e significativa. Il Chiaramonti, infatti, divenne papa col nome di Pio VII nel conclave tenuto nel monastero di San Giorgio Maggiore di Venezia: in mezzo al turbine devastatore che aveva travolto quasi tutte le istituzioni monastiche solo la sua figura pareva rappresentare, pur tra le umiliazioni subite ad opera di Napoleone, un motivo di speranza per l’avvenire.
La Restaurazione dell’epoca post-napoleonica portò alla rinascita e alla riorganizzazione, più o meno rapida e riuscita, di diverse Congregazioni e comunità monastiche. Vi influì anche il clima della cultura generale del tempo che, sotto l’influsso del Romanticismo, esaltava le epoche e le istituzioni della cristianità medievale tra cui, appunto, il monachesimo. Tale rinascita acquistò caratteri particolarmente significativi in Francia. Ivi, infatti, un sacerdote secolare della diocesi di Le Mans, Prospero Guéranger († 1875), sognava una rinascita della vita monastica in quel Paese, da cui essa era totalmente scomparsa, e a tale scopo aveva riscattato il monastero di Solesmes e vi si era stabilito con alcuni discepoli. Il Guéranger emise la professione monastica nell’abbazia romana di San Paolo (1837), ricevendo appoggio dal papa Gregorio XVI, camaldolese. L’espansione fu lenta ma sicura: ne nacque una nuova Congregazione (“solesmense”), nota per l’impulso dato agli studi sulla tradizione del canto gregoriano e, remotamente, ai primordi dell’odierno movimento liturgico. E Guéranger compose a tale scopo varie opere, tra cui L’Année liturgique, che conobbero un grande successo. All’opera del restauratore di Solesmes si ispirarono anche altri fondatori di Congregazioni benedettine nell’800, in primo luogo i fratelli Mauro e Placido Wolter, fondatori della Congregazione di Beuron, in Germania, che a sua volta fondò diversi monasteri in varie nazioni d’Europa e si interessò anche della ripresa dell’antica Congregazione benedettina brasiliana. Alla fine dei secolo XIX veniva fondata anche la Congregazione tedesca di Sant’Ottilia per le missioni in Africa e in Asia.
In questi ultimi casi si trattava di fondazioni completamente nuove. Ma esistevano anche altre situazioni che parevano esigere la riforma di istituzioni già esistenti. E’ il caso, in Italia, della Congregazione Cassinese, di cui promosse un movimento di riforma l’abate Pier Francesco Casaretto, dando vita ad una Congregazione (poi internazionale), denominata Congregazione Cassinese “della primitiva osservanza”, successivamente “sublacense”. L’estensione però a vari Paesi e continenti e l’annessione di monasteri già dotati di proprie tradizioni non permise che si mantenesse un’effettiva unità di osservanza. Va inoltre aggiunto che la situazione era resa più complessa e dolorosa dalle nuove soppressioni decretate nel 1855 e 1866 dal governo italiano, soppressioni che posero le nuove e antiche comunità in condizioni di grave incertezza per il proprio avvenire. Un fatto del tutto nuovo fu invece la larga penetrazione della vita benedettina negli Stati Uniti d’America. Fin dai primi decenni dell’800 vi erano giunti i Trappisti francesi guidati dal padre Agostino de Lestrange. Poco dopo era la volta dei Benedettini bavaresi e di quelli svizzeri, con lo scopo di assistere i rispettivi connazionali emigrati nel Nuovo Mondo: ne deriveranno due fiorenti Congregazioni benedettine profondamente radicate nella società e nella Chiesa statunitense. Quasi contemporaneamente, la vita benedettina veniva impiantata in Australia, con la fondazione dell’abbazia di Nuova Norcia.
Gli ultimi decenni del secolo XIX segnarono per tutte le famiglie benedettine un generale moto di ripresa. L’occasione fu offerta dalla celebrazione del XIV centenario della nascita di San Benedetto (1880), circostanza in cui tutti gli abati del mondo si radunarono per la prima volta a Montecassino. Dall’incontro nacquero importanti iniziative: la fondazione, a Roma, del Collegio internazionale di Sant’Anselmo sull’Aventino, e, poi, la istituzione della Confederazione Benedettina governata da un Abate Primate (1893). Ciò si dovette anche al fattivo interessamento di Leone XIII che nell’anno precedente aveva riunito in un solo Ordine le tre Congregazioni di Trappisti allora esistenti. Questi avvenimenti conferirono un nuovo slancio a tutto l’Ordine benedettino che si riconosceva ormai nella recente, grande Confederazione, nella quale però le diverse Congregazioni monastiche, pur aderendovi, conservavano la loro piena autonomia e fisionomia. Dai 2000 monaci benedettini del 1880 si passò a 6500 nel 1910 fino a raggiungere la cifra massima di 11400 nel 1955. Anche le Benedettine – divise nei due rami di monache e suore – hanno conosciuto una notevole fioritura. Naturalmente le due guerre mondiali sono state foriere di gravi danni di cui può essere considerata come simbolo la distruzione di Montecassino nel febbraio 1944.

si ringrazia il sito www.termometropolitico.it

 

Un pensiero riguardo “Confraternite Benedettine un’Ordine Segreto di San Benedetto

  1. silvano.francesco.livi@hotmail.it
    Trovo che la congregazione di san Mauro ha stampatouna bella edizione del Nreviarium Monasticum. >Ma il volume in vendita contiene solo due parti di quattro. Devono essere ancpra stampate? Sono esurite, saranno stampate? Sono molto interessato a questa edizione ma non vorrei eitrovarmi con l’opera incompleta.
    <<<<ringrazio di tutto cuore chi mi darà qualche lume!
    Silvano Livi
    Via Lizzanello 1
    51100 Pistoia – Italia
    Se esiste l'edizione intera potete già spedirmela contrassegno. Grazie
    Silvano

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