Digrada la Città nell’amena vallata che messa ovunque a viti ed a pomieri offre all’occhio il colore, di cui meno si stanca, e lo spettatore convince, non esservi agricoltori più industriosi e infaticabili de’Su- biacesi. Dopo aver maggiormente imbianchite le sue acque intorno l’isola degli Opificii, si calma il fiume,- e serpeggiando nell’alveo da spessi salici ombreggiato gli dispiace abbandonar la pianura , riposo alle sue lunghe fatiche tra le rupi. Le colline al sud serbano in qualche tratto boschi di querce e castagne, i quali allor che non erano- diradati gettavano un rezzo in visibile al raggio solare, e disserravano per tutta la valle l’ossigeno, con le dense fronde, il passo vietando allo scirocco. Uno di que’Colli chiamasi delle Forche, perchè a’tempi feudali una mattina furibondo il Popolo vi mirò inforcati ed esanimi sette individui delle prin cipali Famiglie. In una collina più a ponente due querce i ruderi accennano di Tuccianello, propugnacolo del Sublacense Monastero. Nella cima di scoglio altissimo il Castello di Civitella occupa il luogo di Vitellia dagli Equi nel 360 di R. distrutta. Dopo la minore altura verdeggiante ai pie’ di Rocca s. Stefano, l’aspro dorso del Monte. Crufo sostiene Canterano, Rocca Canterano e Rocca di Mezzo. Quindi restringonsi i monti facendo vedere le loro opposizioni di bianco e di azzurro co lorate dal sole. Ne’colli al nord si dilettano del me riggio foreste di olivi e lunghi filari di viti sino alla nuda montagna, nella quale sotto la rotonda balza di Mora Ferogna alcune fabbriche in ruina fan risovvenire della miracolosa colonna di fuoco che tenea dal cielo alla terra, indizio del trapasso della Vergine che per 89 anni visse ivi in una Grotta (1). All’oriente Mle, romana colonia , spanta alle radici degli alti monti che da esso ricevono il nome e son cava di pietre simili al marmo. Il sol pennello potrebbesi avvicinare a descrivere le due montagne dirupate e gigantesche, le quali paiono divise come Calpe ed Abila da una lunga inondazione del mare. Su per quelle aspre pen dici si affaccia dietro un bosco il celebre Sacro Speco. Al di sotto ove ora stà piantato il Monastero di s. Sco lastica avea principio la Villa Neroniana. Non fu giammai tanto imponente la descritta Ve duta quanto la sera 27 maggio, 1847. Cessavano per l’oscurità di brillare i terrestri colori confondendosi, quando le nubi a riflettere cominciarono gli splendori dell’Astro morente. Sparpagliatesi per tutto l’ orizzonte imitavan le forme de’mostri favolosi, ardeano, strug- geansi, in diversi aspetti si versavano, Protei novelli. Ma già la Notte, rimossa la causa delle trasformazioni, avria distrutto l’incanto, se una’ grande massa di luce non fosse apparsa dal torrione di s. Benedetto , dal Monastero di s. Scolastica e dal Casino Bagnani, in torno intorno diffondendo un’aureola d’argento. Allora tre mila lumi sfolgorarono sul tetto della Cartiera, in un attimo s’illuminaron le finestre della Città, e nella strada della Corsa in due lunghissimi festoni di busso tremolavano dipinti palloncini. Si accesero cento falò nelle montuose cime dai Pastori; a festa illuminate le Terre Abbaziali o con fuochi di artifizio nell’aria se- gnavan lucide vie , o davano il volo ai globi aereo- li) V. le Memorie Storiche sulla Vita di s. Chelidonia rac colte con venustà di lingua e conoscenza de’ patrii ras. dal Rmo. Canco Teologo D. Pietro Caponi, attuale Pro- Vicario di Subiaco.

statici. Frattanto una Processione di popolo si aggirava per li stradoni di questa Rocca medesima con fiaccole a vento nelle mani. Fermatasi nell’ ultimo Recinto a tutta voce diessi a chiamare la benedizione del su premo Gerarca della Chiesa, Pio IX, giunto in quello stesso dì a Subiaco. Completo silenzio successe all’a prirsi d’una finestra, e s’intesero risuonare le parole di benedizione, mentre le variopinte fiamme del ben gala ripercuoteansi nelle pareti. A quell’atto solenne e sublime io estatico rimasi, grandi ajuti prevedendo alla mia Patria dalla benevolenza di sì grande Pastore.
Prima di ascendere la Scala a due rampe dell’In gresso principale, il Riguardante da una lapide affissa al muro apprende che questo Palazzo era una Fortezza per la prima volta edificata dall’Ab. Subl. Giovanni V. I consanguinei dell’ Abbate Angelo da Monreale , troncate le teste ad alcuni Primarii Subiacesi , a maggiore opprobrio de’ Condannati ed infamia de’Pa- renti i sanguinosi capi gettarono dalle mura della Rocca nel Castello* I Parenti degli uccisi per tale de testabile immanità chiamarono all’armi il Popolo. In un momento la Rocca fu assalita, saccheggiata e messa a fuoco. Appena riuscì al debole Rarone per via sot terranea co’ suoi a mettersi in salvo. Tòsto però fu V arso edificio rimesso in piedi. Nel 1476 lo risarcì Roderico Borgia con aggiungergli una Torre munita di cannoni a tutela (come dice l’Iscrizione] de’prossimi Confini del Romano Impero. Alla Torre il Fondatore stesso diede i\ suo cognome. Indi Francesco Colonna, Arcivescovo Tarentino lo ristaurò, dopo esserne stata demolita la metà dall’ esercito di PP. Clemente VII nel 1526. Ma cadente per vetustà, Pio VI, unite tutte le fabbriche, all’attuale stato lo ridusse. A destra l’Ap partamento Colonna introduce alla Cappella. Il quadro del Guercino è a lume di notte. Vi sta s. Pietro pen sieroso e contrito, mentre nell’alto apparisce la rossa cima, la testa e ‘l collo del gallo. Irto di aguzze punte di ferro innanzi alla Porta della Sala del Rigliardo calava a fondo il Trabocchetto, orribile e crudele istru- mento della giustizia ed ingiustizia baronale. Nella volta della sala sta dipinto Marc’Antonio Colonna dopo la vittoria di Lepanto trionfante in Roma tra le ac clamazioni- dell’ esercito ed assiso sopra un carro da £ cavalli bianchi tirato. Nelle mezzelune intorno le pareti sono gli stemmi dé’Colonna rivestiti di qualche insigne dignità. Nell’ Appartamento Nobile sono rimarchevoli le facciate delle antiche Chiese di s. Andrea e s. Maria della Valle, perchè distrutte. Esse stan dipinte in legno come i Castelli dell’Abbazia. È da considerarsi l’an tico vestiario di que’ paesetti diverso in ciascuno di essi. Nella quinta Camera dipinse il Coccetti egregia mente le 4 parti del Mondo in Prosopopea, frammezzate dalla Fede , Speranza , Carità. Nel centro della volta portano i Genii lo stemma di Pio VI con l’epi grafe: Aera quidem absumit Tempus, sed tempere nul lo sentiet interitum Gloria Pontificum. Nella sala del Trono Papale in un quadro Gherardo delle Notti rap presentò al buio G. C. deposto purora dalla Croce, come accenna la scala che vi poggia. Giuseppe d’A- rimatea insieme a Nicodemo ne involve il nudo corpo nella sindone, allor che la Vergine in mezzo alle tre Marie deplora, chinandosi sul cadavere, la morta spo glia del suo Unigenito. Una lucerna ardente schiara dove più dove meno i volti e i panneggiamenti , il canestro de’ chiodi e ‘l vaso degli aromi. Tutto il mobilio di questo Appartamento come anco le ripa razioni alle pitture danneggiate si devono alla muni- iicenza del Regnante Pontefice. Tornando alla Piazza della Valle, ed uscendo dal l’ Arco che forma una Porta , si giunge presto alla Chiesa appellata la Madonna della Croce. Ha finestre oblunghe , archi a sesto acuto , e in un semicerchio girano sedili di muro* Entrando nel Cancello a sini stra si osservino alcune Vergini col Bambino in brac- P.III. 2
cio venerate dai Santi Protettori di Subiaco. Da una Relazione esistente ms. nell’Archivio de’ RR. PP. Cap puccini rimane attestato che per una pia tradizione a lato dell’Altare era un’Immagine della Madre di Dio col Bambino in braccio, ma dalla umidità del tempo guasta, erasi all’età dello Scrittore quasi del tutto can cellata. L’11 Maggio del 1667 ricomparve senza mac chia veruna per un’ora, poi si ricoperse di macchie. Ai 19 dello stesso mese si rividde per lo spazio di sette ore fino all’Ave Maria. Ai 5 di giugno su l’uscir del sole scoprissi il solo volto per alcune ore. Final mente nel dì 28 la sola faccia riapparve figurata con sì vaghi e freschi colori come se un Angelo invisi bile la dipingesse. Il Narratore dice, ch’esso santis simo Volto in tal maniera ha continuato e continua. Presentemente non il solo volto ma il corpo ancora della figura si scorge, indizio che fu ritoccato. Nella parete a sinistra un s. Sebastiano é vestito secondo l’uso de’ militari al tempo <te\ Pittore. Passando nel- l’ altra Cancellata in un lato della nicchia in fondo s. Antonio Abate sostiene con una mano la sua Chiesa che sta presso il Ponte degli Opificji. Mezzo miglio più lontano sopra un amenissimo colle biancheggia a ridosso d’ un piano bosco il Con vento de’ RR. PP. Cappuccini. La fondazione di esso devesi a Marco Antonio Colonna Abate Commenda tario , il quale nel 1573 essendo Legato Apostolico nella Campania catturò il famoso Crassatore Luca Ne– gro Sorano, e unitamente ai Complici dannollo a morte in Anagni. Il denaro che loro si potè trovare, ascen dente alla somma di mille cinquecento scudi d’ oro , lo erogò alla fabbrica di questo Monastero.

Dopo il ritorno alla Madonna della Croce’, si prenda il viottolo superiore fiancheggiato da miseri casolari contadineschi , e si fa capo al muro cui sta affissa una croce. Chi crederebbe che in quell’ orto dove ora crescono gli olivi, fosse non molti anni ad dietro la Chiesa Parrocchiale tanto antica, che dalla comune Tradizione popolare vuoisi denominata San- cta Maria ad Martyres , perchè eretta sul sepolcro de’ Martiri fatti uccidere da Nerone nella Villa Su- blacense ? Un malinteso spirito di novità e d’ igno ranza ne fe’ demolire anche la torre delle Campane, onde servisse di materiali alla nuova. Invano ora nel propinquo Colle si cercherebbero le vestigia di uno de’ 12 Monasteri di s. Benedetto, chiamato s. Angelo in Balzis, avendo già scritto il Mirzio: « Monasterium s. Angeli- in Balzis a Sublacianis hac nostra aetate funditus dirutum est, absportatis ad reparanda Castri moeniaiapidibus ». Nella Piazza della Valle scorgesi la rozza facciata della novella Chiesa di s. Maria. L’ interna architettura è lodevole. In una Cappella a destra osservisi il quadro , egregiamente dipinto dal Manente , rappresentante la Risurrezione del Figli» della Vedova di Naim. La Via carrozzabile per montare alla Rocca, om breggiata dalle bizzarre foglie intreceiantisi degli al beri esotici , passa innanzi al Palazzo Moraschi non ancor terminato, ed a quello innalzato dal Cardinale Commendatario Giovan Battista Spinola, e detto della Missione , perchè un tempo è stato albergo de’ PP. Missionari. Chi riparerà le ruine che nel presente stato di abbandono minaccia questa fabbrica colossale?
Vicino alle due nuove Locande della Pernice e d’ Europa , si rivolga il cammino verso l’ Arco di Pio VI. La Strada rettilinea chiamata della Corsa ri torna alla memoria l’assalto sostenuto contro i Fran cesi nel 1799 dalle truppe irregolari comandate da Gian Paspuala Caqoni. L’ esercito Francese ristretto nella vaHe era posto a bersaglio dagli Armati che tutte le alture presidiavano e degli alberi si faceano schermo. I soldati tiravano archibugiate da ciechi, non distin guendo la direzion de’ colpi. Quel giorno avrebbe il luminata o la loro strage o la loro vergogna, se un drappello di Sbirri messo a tutelare il colle di Mo- racasca dominante Subiaco , non si fosse gettato al partito nemico. Allora i Cittadini vedendosi traditi nel sito che più difesa meritava, si diedero a fuggire sui monti , ma non sì che parecchi cui si rinvennero le mani lorde di polvere da schioppo non venissero fu cilati all’istante, e le abitazioni patirono il saccheggio di tre ore , anzi poco mancò , non fossero date alle fiamme. Il Ponte a sinistra della Corsa che difeso da una torre pittoresca lancia sull’Amene l’unica arcata, ram menta un’insigne vittoria riportata dall’Esercito Aba- ziale nel 1356 contro i Tiburtini. L’Abate Ademaro, francese di nazione , che avea , di lungo scudo co perto, presieduto al combattimento, innalzollo con le spoglie e riscatto de’ prigionieri. Gli storici Tiburtini hanno negata la vittoria. Omettendo le insulse dicerie del Sebastiani, il di cui riso muove a rabbia, rispon derò alle ragioni con più colore di verità addotte dal l’Avvocato Sante Viola. Ei crede inverosimile questo combattimento perchè il Mirzio che lo racconta, ricorre ad un miracolo, cioè all’apparizione di s. Bcv nedetto che spaventò i Tiburtini vittoriosi; poichè in tal caso quel Santo avrebbe prese le parti di un Abate empio e crudele qual era Ademaro, il quale si piacea nel tormentare tutt’i limitrofi Castelli. Sembra che l’Istorico in questo punto non abbia letta la Narrazione Mirziana, o siesi fatto ingannare da chi dicea averla letta. Chiaramente infatti dice il P. Mirzio nella sua Cronaca MS. Sublacense, che l’ap parizione di Sé- Benedetto fu meramente raccontata dai prigionieri tiburtini : « In eo conflictu , ut fertur ex Majorum relatione captivi retulerunt , se Virum mo-^ nasticum repraesentantem habitum districto gladio ipsis pugnam subeuntibus comminitantem in aere conspe- xisse , et procul dubio S. P. N. Benedicti speciem éxtitisse, qui certo tutelari numine Sublacenses con servasse!. Istins ììiiraculi fides apud Tiburtinos re~ linquitur ». Dunque non è vero che Mirzio abbia cre duto e raccontato per vero un tal prodigio. In secondo luogo , dice il Viola , se avvenne la battaglia, devesi credere che vincessero i Tiburtini, i quali secondo lo stesso Mirzio erano vincitori al prin-^ cìpio della pugna. Ma questo argomento zoppica peg gio del precedente. È falso falsissimo che il Cronista ponesse la vittoria al cominciar della zuffa dalla parte de’ Tiburtini , e per non dar sospetto che io ciò af fermi senza fondamento , ne ricopio tutta la descri zione. Dopo aver detto che all’esortazioni di Ademaro i soldati golosi di preda e disposti tra -le selve assa lirono alla fronte ed alle spalle i rivali, così prosiegue: « Nec animis defuere Tiburtini, natura superbi, quin impigre atque imperterriti restiterunt. Atrox utrinque committitur certamen patenti in campo qui vulgo Dar- cus dicitur, tantaque vi, tantaque animorum pervicacia res agitur, ut nusquam ea in provincia acrius aut cruen- tius memoria hominum fuerit dimicatum. Abbatiales enim pariterque Tiburtes omnes vires cunctasque bel- landi artes in id unum pugnae discrimen contuleruntT haud ignari pro vita atque imperio ultimo eo certamine praeliari, quando summa utrinque praemia aut supplicia victis atque. victoribus manerent. Ibi videre erat levis armaturae pedites Tiburtes circumvenire, et audacter intentis hastis invadere, et si paululum turmae laxa- rentur , miro celerique impetu intercurrere , cuncta perrumpere, clavis ferreis et gladiis atrocia infligere vulnera ; alii hastarum cuspidibus inducebantur , alii sagittis confodiebantur , cum alii super alios cumu lati , prementibus ultimis occumbebant , coacervatis passim cadaveribus. Pugnatum est simul uno tempore totis castris per aliquot horas , magna utrinque con- tentione, ita ut defatigatis nihil spatii ad recipiendum vires relinqueretur. Tandem Abbatiales usu belli periti laborisque patientes , sicuti aequitate loci atque vir- tutis superiores erant, ita Tiburtinorum impetus egre gie sustinuerunt. Adversa tandem fortuna perterriti Tiburtes, urgentibus incessanter Abbatialibus, reliquis- que magna ex parte consauciatis, caeteri signum de- ditionis extulerunt, projectisque armis, pacem vitam- que expostularunt ». Finalmente il nostro Avvocato dubita di tale at tacco, perchè i Fasti Tiburtini non lo riferiscono. Que sta ragione è di nessun peso, specialmente dopo ch’egli stesso in occasione della perdita di una battaglia de’ Ti burtini contro Corrado di Antiochia, Conte di Anticoli,all’erma che niuna menzione di essa trovasi ne’ patrii Archivi. La causa der silenzio milita per Noi. In quei tempi d’ ignoranza i pochi scrittori cercavano tutti i modi di falsificare o seppellire in Lete i monumenti di sconfitta del proprio partito. Siffatta vittoria inoltre è autenticata dalla Tradi zione che viva sussiste nella bocca del Popolo Su- biacese, dalle armi che scavando nel prossimo Campo di battaglia vengono spesso a luce, e dal nome della contrada cioè Campo D’ Arco , il che vuol dire un Campo, il quale è statò causa della fabbrica dell’Arco secondo il volgo ossia Ponte ad un sol arco. Il Pittore che vuole con effetto dipingere il Ponte vi si porti nelle mattinate estive un’ ora innanzi al meriggio. Vedrà i Pastori farsi sul margine del fiume, ed abbrancato un montone lanciarlo nella corrente. Immantinenti le pecorelle piuttosto si cacciano dietro lui che vengono spinte, e fatto il tonfo vanno belando e nuotando con le teste e le groppe a fior d’acqua, tutte quante addossandosi e premendosi finchè giunte a riva scuoton la bagnata lana e pascono l’erbe. Per solito i grossi Cani di guardia. si accosciano sulla ripa dalla quale esse gettansi, e sulle gambe anteriori ap poggiato il muso , dilettansi nel vedere i salti’ e il nuoto delle protette. Passato il Ponte con breve cammino giungesi al Convento de’RR. PP. Riformati fondato da s. Fran cesco stesso allorchè in questo luogo la Chiesuola di s. Pietro nel deserto nel 1223 dall’Abate Giovanni VI gli fu donata. Il Cenobio però assai vasto e la Chiesa fu eretta dal Comune di Subiaco nel 1327. Il Coro e forse anche gli altari con colonne di noce ed egregia mente intagliati furono lavoro di un Reatino nel 1504. Sono degni della visita di ogni colto Viaggiatore i Di pinti della Cappella spettante all’antica Famiglia Su- hlacense Mancini, ai quali è stato tolto il bianco pas satovi sopra vandalicamente. Si ammirino nella volta gli Evangelisti non che la maestosa figura del Reden tore. Nel muro a destra è ritratta la Crocifissione di N. S. alla presenza de’ santi Benedetto e Francesco. Nella parte opposta sta per entrare nella Casa di s. Anna una Donna con in testa un canestro, mentre nella Camera contigua oltre la mensa imbandita scorgesi un gatto col sorcio fra i denti. Nella stanza nuziale poi una donna monda la nata Bambina, e alla madre sedente sul letto una vecchia presenta il brodo-ne la scodella. Indi alla presenza del sommo Sacerdote assiso in trono e vestito da Papa, la Vergine impalma suo sposo Giu seppe. La presenza di un prete ed il vestiario di tutte le figure di questa Cappella convincono l’intelligente che il pittore ritrasse dal vivo uomini e donne su- biacesi del suo tempo cioè del secolo XVI. La bel lezza dei volti , la semplicità dell’ espressioni racco manda queste pitture alla posterità. Peccato che la fascia de’ chiaroscuri corrente al pie’ della parete dalle imbiancature e dalla umidità sia guasta anzi in molte parti scrostata. Della preziosa tavola sull’altare, nella quale è colorito il Presepio e la venuta de’ Re Magi, si tenga maggior cura. Pure nella Cappella seguente del Crocifisso sono affreschi del medesimo stile liberati anch’essi dalla calce.